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Elezioni palestinesi:

Trasmesso da Fawzi Ismail

Elezioni palestinesi: un contesto di lotta nazionale o una precondizione coloniale?

Dott. Fawzi Ismail L’appello a indire elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese giunge in uno dei momenti più critici della storia palestinese contemporanea. Il popolo palestinese sta affrontando una guerra genocida a Gaza, la sua estensione in Cisgiordania attraverso molteplici forme di aggressione volte a minare la presenza palestinese, un attacco sistematico alla causa dei rifugiati e un tentativo costante di frammentare l’identità, l’unità istituzionale e l’esistenza politica del popolo palestinese, sia in patria che nella diaspora. In un simile frangente, la questione della rappresentanza nazionale riguarda essenzialmente la difesa dell’esistenza stessa dei palestinesi, e non si riduce al semplice esercizio di un diritto democratico.

Di conseguenza, il criterio fondamentale per affrontare la questione deve scaturire dalla contraddizione principale con il progetto sionista e dalla lotta in corso contro di esso e i suoi sostenitori. Sono proprio questi gli attori che stanno plasmando l’attuale traiettoria politica secondo logiche coloniali, a scapito del diritto inalienabile del popolo palestinese di scegliere la propria leadership e determinare il proprio futuro. È proprio per questo che qualsiasi processo elettorale condotto nell’ambito degli Accordi di Oslo e secondo la logica dell’«autorità esistente» risulta così pericoloso. Invece di fungere da via d’accesso alla ricostruzione di un fronte nazionale unitario, le elezioni rischiano di trasformarsi in un meccanismo di riorganizzazione del sistema politico palestinese volto a consolidare lo status quo: un’autorità che amministra la Cisgiordania, un’amministrazione isolata a Gaza, una diaspora emarginata e priva di influenza politica, e un’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ridotta a copertura simbolica di un ordine politico che ha smarrito la sua finalità di liberazione.

Le elezioni nazionali, nel loro significato autentico, devono rientrare nella lotta contro il progetto sionista. Il loro valore non risiede in formalità procedurali, bensì nel programma politico che esse servono. Se invece le elezioni vengono invocate semplicemente per ripristinare la legittimità dell’autorità, rassicurare i donatori internazionali o perpetuare un sistema di autogoverno limitato, allora ciò a cui si assiste non è il ripristino di un’autentica rappresentanza nazionale, ma piuttosto la sua distruzione e la cancellazione di ciò che ne resta del significato. Un simile approccio ignora l’urgente necessità, per il popolo palestinese, di una leadership politica e istituzionale unitaria e combattiva, capace di rappresentarlo e di organizzarne le fila nella lotta per difendere la propria esistenza, anziché scendere a compromessi per preservare i propri interessi. L’attuale crisi palestinese va ben oltre la semplice assenza di elezioni. È una crisi scaturita dall’appropriazione indebita delle istituzioni nazionali e dalla loro trasformazione in strumenti di una classe politica burocratica, ormai scollegata dal popolo, dai campi profughi, dalla diaspora, dalle classi popolari, dal movimento dei prigionieri, dalle forze della resistenza e dalle nuove generazioni che vivono la realtà quotidiana del colonialismo sionista. Di conseguenza, il rinnovamento del Consiglio Nazionale Palestinese costituisce un compito politico profondo, inscindibile dal ripristino della sovranità popolare sui processi decisionali nazionali e dal ricollocamento di tali decisioni saldamente all’interno del quadro nazionale, sottraendole all’influenza di forze ostili alla causa nazionale stessa.

Dal punto di vista procedurale, è evidente che il percorso proposto finora ha un carattere nettamente *top-down*. Un decreto viene emanato dall’alto; un comitato preparatorio viene nominato dall’alto; vengono stabilite quote, seggi e criteri predeterminati; e solo in un secondo momento le forze politiche vengono invitate a partecipare al processo. Questa logica non fa che riprodurre la crisi in atto. La causa nazionale palestinese non può essere gestita da un unico centro di potere, ridotta a una decisione presidenziale o costruita attraverso accordi a porte chiuse tra apparati di sicurezza ed élite politiche. Un serio processo nazionale inizia con un’attenzione e una risposta autentiche alla volontà popolare. Esso deve superare tali formule paternalistiche e aprire la strada a un dialogo inclusivo che coinvolga le forze politiche, sociali e di base, sia all’interno della Palestina che nella diaspora. Un simile dialogo dovrebbe definire l’intero quadro del processo: la legge elettorale, i meccanismi di rappresentanza, le garanzie, i punti di riferimento politici, i poteri del Consiglio Nazionale e le relazioni tra il Consiglio, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l’Autorità Palestinese.

Organizzare il processo in questo modo gli conferisce una reale sostanza nazionale. Partire invece da un decreto presidenziale per poi cercare un avallo politico in un secondo momento riduce la società e le sue forze politiche a meri spettatori di una decisione già presa. Le elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese richiedono una chiara risoluzione politica prima ancora di affrontare le questioni procedurali. Esse devono fungere da punto di partenza per ricostruire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sulle basi della liberazione nazionale, della resistenza e della rappresentanza popolare, e non come mezzo per rinnovare la legittimità dell’attuale autorità di governo. Ciò che serve è un Consiglio Nazionale capace di chiamare la leadership a rispondere del proprio operato, di definire il programma politico nazionale, di riaffermare il diritto al ritorno, di ricongiungere i palestinesi della madrepatria e della diaspora e di aprire spazi politici alle forze vive della società; non un’altra istituzione che si limiti a ratificare l’ordine esistente.

Qualsiasi processo elettorale che pre-selezioni quali forze politiche siano accettabili e quali no, diventa inevitabilmente uno strumento di controllo politico. La partecipazione al Consiglio Nazionale dovrebbe fondarsi sull’appartenenza al popolo palestinese e sull’impegno per i suoi diritti nazionali inalienabili: liberazione, ritorno, autodeterminazione, uguaglianza e smantellamento del sistema coloniale di insediamento e di natura genocida a esso imposto. Condizioni basate sul riconoscimento, sull’ostracismo o sulla condanna, oppure che limitino la resistenza in base a definizioni gradite all’occupazione o alla comunità internazionale, finiscono per escludere la maggior parte del popolo palestinese, rendendo il Consiglio un’istituzione distorta. Va detto chiaramente: l’esclusione di Hamas, della Jihad Islamica o di qualsiasi altra forza nazionale priva il Consiglio Nazionale di una reale rappresentatività. Allo stesso tempo, la partecipazione di tali forze deve avvenire nel quadro di una ricostruzione democratica complessiva del movimento nazionale palestinese, e non attraverso accordi di spartizione del potere tra élite che trattano il popolo palestinese come un pubblico docile, chiamato al sacrificio ma escluso ogni volta che si prendono decisioni politiche rilevanti.

La priorità urgente è mobilitare la lotta nazionale e popolare ampliando la rappresentanza, isolando al contempo politicamente gli orientamenti legati all’élite al potere e ripristinando una visione nazionale collettiva incentrata sulla liberazione. Ciò richiede di aprire lo spazio politico a organizzazioni popolari, movimenti democratici, sindacati, organizzazioni femminili, movimenti giovanili e comunità di rifugiati, anziché perpetuare il monopolio decisionale in mano ai medesimi centri di potere. La diaspora palestinese costituisce il cuore della questione nazionale, non un elemento marginale sotto il profilo organizzativo. Il popolo palestinese non si è costituito politicamente soltanto entro i confini della Cisgiordania e di Gaza, ma anche nei campi profughi, nei luoghi dell’esilio e nelle comunità sparse dal Libano, dalla Siria e dalla Giordania fino al Golfo, all’Europa e alle Americhe.

Di conseguenza, la rappresentanza della diaspora deve costituire uno dei pilastri fondamentali di qualsiasi nuovo Consiglio Nazionale. Ridurla a un numero limitato di seggi assegnati tramite nomine, consenso delle élite o compromessi politici indebolisce l’essenza stessa della rappresentanza palestinese. Lo stesso principio vale per la rappresentanza dei palestinesi che vivono nei territori occupati nel 1948. Ridimensionare la rappresentanza della diaspora palestinese e dei campi profughi — o considerarla puramente simbolica — si allinea oggettivamente a più ampi tentativi volti a cancellare del tutto la questione dei profughi. Un’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che perda il legame con i profughi perde una parte essenziale del suo significato storico. Per questo motivo, la contesa attorno al Consiglio Nazionale è anche una battaglia per la memoria, il diritto al ritorno e l’unità del popolo palestinese, non soltanto una disputa per dei seggi parlamentari. Gerusalemme e Gaza rappresentano una prova decisiva per qualsiasi autentico processo nazionale. Non sono questioni elettorali secondarie, bensì incarnano le questioni stesse della sovranità e della lotta. Gaza non è un collegio elettorale la cui partecipazione possa essere rimandata in attesa di accordi sulla sicurezza; è l’epicentro dell’attuale confronto con il progetto sionista. La guerra contro Gaza — con il suo genocidio, l’assedio, la distruzione e i tentativi di sfollamento forzato — deve porsi al centro di qualsiasi processo politico palestinese. Elezioni che ignorino le sofferenze e i sacrifici di Gaza, così come l’urgente necessità di porre fine all’aggressione, di spezzare l’assedio e di avviare una ricostruzione libera da ricatti politici, finirebbero per scollegarsi dalla realtà vissuta dal popolo palestinese.

I decreti emanati da una presidenza che ha perso la propria legittimità elettorale non possono generare una nuova legittimità nazionale. Nel contesto palestinese, la legittimità deriva dal popolo, dal programma politico, dalla resistenza e dalla capacità di rappresentare il popolo palestinese nel suo complesso, non dal controllo sull’apparato amministrativo, finanziario e politico dell’Autorità Palestinese o da accordi volti a soddisfare i sostenitori internazionali. Imporre un processo politico dall’alto, sotto pressioni coloniali e internazionali, non fa che acuire la crisi di rappresentanza anziché risolverla. Un percorso autenticamente popolare deve fondarsi su principi chiari: in primo luogo, un impegno incrollabile nel confrontarsi con l’occupante; in secondo luogo, la partecipazione di tutte le forze politiche e sociali, senza esclusioni o condizioni volte a favorire una parte rispetto all’altra; in terzo luogo, una netta distinzione tra le elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese e quelle per il Consiglio Nazionale Palestinese, dato che la sovrapposizione tra l’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è stata uno dei meccanismi più pericolosi attraverso i quali il progetto di liberazione nazionale è stato assorbito nelle strutture di un’autonomia limitata. Ciò deve accompagnarsi a una reale rappresentanza per la diaspora e i rifugiati, alla piena inclusione di Gerusalemme e Gaza come componenti integranti del processo nazionale, al ripristino delle libertà politiche, sindacali e di stampa, nonché alla fine degli arresti politici e della persecuzione di attivisti ed esponenti della resistenza. Il processo richiede inoltre una commissione elettorale indipendente e concordata a livello nazionale, affiancata da un sistema elettorale capace di garantire una rappresentanza significativa alle forze democratiche e popolari, limitando l’influenza della ricchezza e del potere coercitivo dell’apparato di sicurezza.

Il Consiglio Nazionale deve disporre di un’autorità reale per ricostruire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, chiamare la sua leadership a rispondere del proprio operato e definirne il programma politico. La sua missione dovrebbe consistere nel rilanciare il progetto nazionale palestinese come progetto di liberazione; nel collegare la rappresentanza politica alla resistenza popolare, politica, giuridica e di massa; e nel porre al centro dell’agenda nazionale palestinese il contrasto all’espansione degli insediamenti, all’annessione, al genocidio e al coordinamento della sicurezza. Una simile posizione richiede strumenti d’azione concreti, non semplici dichiarazioni d’intenti. La lotta inizia con un ampio impegno mediatico e politico rivolto all’opinione pubblica palestinese e araba, volto a denunciare la natura calata dall’alto di qualsiasi processo politico imposto e a spostare il dibattito dalle stanze chiuse alla sfera pubblica. Le posizioni devono scaturire dai campi profughi, dalle comunità della diaspora, dai sindacati, dagli ordini professionali e dalle organizzazioni di base, e non soltanto dai leader politici. La rappresentanza nazionale diventa autentica solo quando si fa oggetto di lotta popolare, anziché materia di contrattazione tra élite in competizione. Il Dott. Fawzi Ismail è un attivista palestinese ed ex presidente dell’Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa.

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